(Volevo scrivere un racconto erotico ma mi è uscito questo, pardon).

Un giardino, non tanto grande. Quanto basta per giocare a pallamuro. Un bambino, non tanto grande, quanto basta per lanciare una palla da baseball contro il muro. Primo lancio: la palla rimbalza perfettamente contro il muro della casa, sotto un ciuffo di radicchio selvatico, un coleottero scrive il primo verso di una poesia d’amore per la sua coleottera, il bambino afferra la palla al volo con il guantone da baseball che lo zio gli aveva regalato per il suo compleanno due giorni prima. Secondo lancio: la palla rimbalza perfettamente contro il muro della casa, il coleottero scrive il secondo verso della sua poesia d’amore, il bambino afferra la palla ma si sbilancia e scivola per terra. Si sporca le ginocchiere. Ma poco importa, sono vecchie e consumate. Terzo lancio: la palla rimbalza sul muro, il coleottero scrive il terzo verso della sua poesia d’amore, il bambino prende la palla con sicurezza. In cielo il sole splende arzillo. Fa un caldo boia. Quarto lancio: la palla rimbalza contro una finestra, il vetro vibra ma non si rompe, il coleottero scrive il quarto verso della sua poesia, il bambino afferra la palla. Si guarda intorno nella speranza che nessuno si sia accorto del colpo maldestro. Quinto lancio: la palla non rimbalza. Ha colpito il bucato steso al primo piano, e quindi cade perpendicolare al muro. Il coleottero scrive il quinto ma muore spiaccicato dalla scarpa del bambino che corre verso la casa… si lancia in volo… la palla si appoggia dolcemente sul guantone, ma le dita non fanno presa e di conseguenza cade a terra. Rotola tra l’erba, finché si ferma vicino al corpo calcato del coleottero. Il bambino si china facendo ombra sulla salma. Raccogliendo la palla scorge un cartiglio. Una specie di francobollo sottile con tante righe nere che vanno da una parte all’altra. Con la punta delle unghie lo solleva senza romperlo. Sembra delicato. Il bambino corre in casa agitato, fila diretto nello studio del padre, che non c’è, è al club del bridge. Dispone il microscopio sul tavolo e l’esile cartiglio sotto la lente. I versi del coleottero si mettono a fuoco:

Oh coleotterona mia
Sei la più grande che ci sia!
Il tuo musetto è così bello
Che a volte sembri un pisello.
Tu non sei un lepidottero
Ma quanto assomigli a un elicottero!
Vorrei tanto essere grande come te
Per fare insieme un bel bebè.
Ma vedrai un giorno crescerò
E allora con te ver…

Il bambino sbriciola il cartiglio e lo disperde nel giardino. Poi, non sa neppure lui perché, pensa che quella poesia non era un granché. Scritta male, la rima strampalata, lui avrebbe saputo fare di meglio. Forse la coleottera non avrebbe mai amato un pessimo poeta. Chissenefrega dei coleotteri. Viva la pallamuro! E riprende i lanci… Il sole si fa un po’ meno vivace e ormai è ora di merenda ma siamo al centesimo lancio: il bambino carica la palla di tutta l’energia che riesce a sfogare e la lancia contro il muro… La palla non vi arriverà mai. Una coleottera gigante la divora in volo e con essa tutto il bambino.

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giovedì, marzo 31, 2005
ArgoMentz:


Senza Titolo - 125x105 cm. Sergio Scalet.
PS: si accettano suggerimenti su un titolo decente a questa donna che non mi vuole dire chi è. (Forse a voi parla). PPS: in sottofondo sempre i Goldfrapp con Slippage.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 11:05
giovedì, marzo 24, 2005
ArgoMentz:


Primo giorno di Primavera, il cielo s’ingrigisce, ma io lo sbeffeggio con un bel maglioncino bianco e un buon umore alla cannella. Peccato avere troppo lavoro, oggi mi piacerebbe cazzeggiare con stile, dedicarmi ai particolari, scrivere un raccontino, solleticarmi i capezzoli, ascoltare della musica barocca, comprare un fumetto, chiamare un’amica d’infanzia, che non sento da anni, per aggiornarla sulla mia vita. E poi basta. Invece dovrò lavorare, ma lo farò con il buon’umore, m’inventerò qualche cazzata, e vada come vada.. Sarà che stanotte ho sognato di volare e da lassù il mondo e le sue preoccupazioni apparivano così insignificanti. E’ bello alzarsi con il Chissenefrega incorporato.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 11:05
lunedì, marzo 21, 2005
ArgoMentz:


Giornata di merda di cazzi e misticanze varie. Voglia di litigare con tutti, di rispondere male, di abbracciare un cane.
“Tu si che mi capisci”.
Giornata di merda di lamentosi cazzi e coleotteri in livrea. Se solo funzionassero questi fiori di Bach, con quello che costano, se solo la mia cagna-mentore fosse ancora viva, ora si stenderebbe vicino a me e mi direbbe:
“Va’, che comunque vada non se ne esce vivi”.
Almeno un po’ di questa “Comunque Vada” vorrei godermela. Ho capito, mi appiccico un po’ di biadesivo al culo e alle spalle e mi attacco al muro.


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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 14:51
giovedì, marzo 17, 2005
ArgoMentz:


“La tragedia è guardarci allo specchio mentre non possiamo fare nulla per farci amare come ci ameremmo noi”. Eco&Narciso. - Tecnica Mista. - Sergio Scalet.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 11:46
lunedì, marzo 14, 2005
ArgoMentz:


E’ scomparso. Lou è scomparso. Un lembo della sua aura avvolge ancora di mistero il piccolo neo della schiena di Cathe. Se Lou fosse ancora qui, direbbe: «Se l’acqua fosse un tessuto… si comprerebbe in bottiglia.» Lou è scomparso mentre vagheggiava con le dita le spalle di Cathe. Il tocco era così delicato che Cathe se ne accorse troppo tardi. Il corpo di Lou si piegò, le sue guance si imporporarono febbrilmente per poi sbiancare frettolosamente. Cathe se ne accorse troppo tardi, forse erano già passate le due e la luce era ancora abbastanza sveglia da illuminare il ciglio del letto dove il volto di Lou aveva trovato la conferma necessaria per fermarsi, chiudere gli occhi e scomparire. Lou è più di una gigantografia e se fosse ancora qui direbbe: «Se vendessero i vestiti nelle bottiglie, sarebbero liquidi.»

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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 17:38
venerdì, marzo 11, 2005
ArgoMentz:


Quanto contano i dettagli prima di innamorarsi e poi più nulla, quasi che il desiderio si fosse mosso oltre, forse disperso nella visione d'insieme.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 17:53
martedì, marzo 08, 2005
ArgoMentz:


4 giorni di influenza massacrante e deliri insensati. Non mi sembra vero, ma oggi sto bene. Sì.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 10:09
martedì, marzo 08, 2005
ArgoMentz:


Quando i miei amori passati torneranno a farsi la doccia io prenderò le medicine. Prima no di certo. Manterrò la mia posizione finché morte non mi separerà dalla mela. In verità anche i miei occhi non sanno più guardare le mie mani senza provare disgusto. Il Sole non crederà mai alle mie argomentazioni contro la sua spropositata dominanza. Non mi ascolterà. Continuerà a fregarsene in tutto il suo splendore. Lo so che la mia attuale occupazione mi impedisce di dinstinguermi da una capra, eppure ho capito quanto sia importante raschiare il fondo. Se solo fossi un po' più D'Annunziano. Magari anche un po' trombettista. Davvero, non ho mai pensato male di mio zio. Eppure qualche volta ho dubitato del suo menefreghismo. In realtà sono più figlio suo che di mio padre. Va bene, la smetto subito. Vado a dormire.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 18:35
mercoledì, marzo 02, 2005
ArgoMentz:


Corpi melmosi, compatti ma molli, scivolano sul liscio freddo. L’altare poggia sul marmo screpolato. Le candele rigorosamente spente per lutto, se ne stanno orgogliosamente erette nel candelabro, leggermente in disparte, per godere della luce vespertina e dell’amplesso in atto. I corpi, virili nelle fattezze ma femminili nell’intimo, si rovesciano urtando il confessionale di legno intagliato. Un legno rugoso e frammentato da buchi rivestiti di farina gialla e umida. Tendaggi e veli si compongono in drappeggi di morbido e impudico bordò. Scendono ampi e sfrangiati sui piedi di statue smagrite dal tempo. Una bambola meccanica suona un piccolo violoncello. La musica stride sulle orecchie di una madonna di ceramica. Un corpo possiede l’altro, tutti e due sospirano all’espandersi di un brivido in fuga lungo la colonna vertebrale di un dio, perpetuamente assopito sul canapé Luigi XIV della Marchesa… I sogni rabbrividiscono senza biasimo e piuttosto distrattamente. Fuori, sul sagrato, due cavalli dai denti bianchi, un po’ gialli sui lati, mordono un’asse di legno marcia. La polvere evapora. Il caldo si insinua dove la pelle si tocca, manifestandosi in solitarie e salate gocce di sudore. Partapai solleva gli occhi lentamente, mai tanto da scorgere il pendolante batuffolo di cotone passargli davanti. Poi le palpebre gli precipitano addosso, oscurando la vista. Il batuffolo ripassa scansando quel tanto d’aria da percepirla sul naso come un fastidio. Leggero ma fastidio. La scena si ripete due, tre, sette, dodici volte, finché il fastidio non si tramuta in impulso e i nervi di Partapai scattano acciuffando il batuffolo. La moglie di Partapai, Aleksia, immersa nella vasca dietro la casa, si insapona i malleoli. Suo figlio, il piccolo e vivace Jorgy pompa l’acqua che esce a spruzzi ritmici sulla schiena di lei. Goccioline finissime imperlano il suo collo rendendolo attraente a certi occhi nascosti poco distante, tra i cespugli di salvia e menta. Occhi che appiccherebbero un incendio al pube di qualsiasi donna li guardasse mentre loro la spogliano penetranti, incapaci di provare timore verso la nudità, ma sempre curiosi e vivi, nonostante quello che hanno visto… Eppure non sono solo occhi. C’è un volto… cosa vuole? Un uccello jabiru atterra piano, in discesa plané poco distante dalle case. Dove una pozza d’acqua si forma sempre dopo la pioggia primaverile. Le sue ali sono ampie, liquide all’estremità, e gambe sottili da stuzzicarsi i denti, un becco pronunciato da idioma acuto, un po’ curvo sulla punta. Un occhio nero, una piuma penzolante. Solitarie ranocchie lo guardano con ammirazione e celata invidia, mentre lui plana senza mai toccare il velo dell’acqua… Quando lo stato di veglia s’insinua nel sogno è consigliabile non gridare. Sotto l’asse di legno, non quella morsicata dai cavalli, ma un'altra, perché ce ne sono tante sparse in giro, un coleottero in livrea blu si barcamena con una fregola di pane. La mano di Freya sventola nell’aria, una gamba si tende, l’altra si flette, e con una leggera pressione tutto il corpo rotea nei turbinii che il vento danza intorno. «Bada a non scivolare…» consiglia Partapai alla figlia, che di conseguenza si ferma e incuriosita dai fremiti si avvicina alla chiesa. C’è un buchino nella parete. Troppo in alto per lei. Con l’asse di legno, non quella morsicata dai cavalli ma l’altra, appoggiandola in diagonale sul muro, riesce a raggiungere il buchino. Fissa l’occhio chiudendo l’altro e muta guarda. Forse spia, ma è troppo innocente per saperlo. L’uccello si ripulisce le piume. La moglie si asciuga gli amati malleoli, mentre il concerto per soli sessi maschili si conclude con uno spasimo e tre lamenti consecutivi di diversa tonalità sulle volte della chiesa e sperma sul marmo. Sono Jake e Carl. Freya li vede indistintamente in un groviglio di carne bianca, tremolante e unta. «Bada a non scivolare…» La bambina non cava l’occhio dal buco. Il buco che dà sull’interno. Sui corpi stretti di Jake e Carl. «Bada a non scivolare…» La moglie si riveste del suo camice e rientra in cucina. Il bambino le tiene la gonna di lino. Un lembo fino. L’uccello jabiru allunga il collo, si guarda in giro. E questo è tutto quello che succede in un pomeriggio soleggiato in una improbabile fattoria di una regione tropicale… mentre i sogni di un dio, quel dio assopito sul canapè della Marchesa, masticano con zanne di luna e bave di lacrime un altro sogno, il mio.

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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 10:14
martedì, marzo 01, 2005
ArgoMentz: