Nel 1610, anno in cui Galileo rese pubbliche le sue scoperte astronomiche nel Nunzio Sidereo, la mia Li’An era la figlia di un contadino della bassa padana. Io ero il capobranco di una masnada di cani randagi. Un giorno passammo nei pressi della cascina dove abitava la mia Li’An. Lei, piccola ignara, rimasta sola a giocare davanti a casa, suo padre nei campi a lavorare, sua madre morta l’anno prima di sifilide. «Ciao cane». Disse la mia Li’An lanciandomi un bastone. Così per gioco. Mica per altro. Ma mi colpì, giusto sul muso. Lei sorrise tirando su le spalle e facendo «hj». Io però non potevo subire tal onta, davanti ai miei sgherri. Cosicché la sbranai. La ridussi a brandelli. Quella notte ero pieno della mia Li’An e le stelle sembravano quasi sbavate. Forse dal pianto di un padre.

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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 11:20
martedì, novembre 30, 2004
ArgoMentz:


Il bianco è una superficie che amplifica le macchie che il mio occhio sinistro si ostina a vedere. Il nero, l'oscurità, l'oblio saranno le condizioni della mia salvezza.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 09:36
lunedì, novembre 29, 2004
ArgoMentz:


“Ho voglia di affogare nella tua fica cazzo!”
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu.
(Lei mise giù con stizza. Lui prese a calci una sedia che andò a sbattere contro una finestra. Il vetro si ruppe, una scheggia cadde in strada colpendo un gatto di passaggio. Miaoooouuu!)
Tum tum tum tum tum tum tum tum tum tum.
(Due ore dopo, nell’ufficio di Lei. Mani strette al bordo della scrivania. Il cazzo di lui inesorabilmente dentro la fica di lei).
Tum tum tum tum tum tum tum tum.
(Ogni colpo dentro erano due centimetri di scrivania che si spostavano verso il muro, i quadri tremavano, e fuori, lungo l’autostrada i camionisti sintonizzavano le loro autoradio su Radio Vaticano).
Tum tum tum tum tum tum
(Imponente duro stronzo, il suo cazzo si dimenava dentro la sua fica creando bolle di piacere spasmodiche)
Tum tum tum tum tum tum tum.
(La scrivania giunse al muro, Il cazzo giunse al pianto).
FFFFFLLOOTTTTTT!!!!!!!!
(L'orgasmo dei due innamorati si sintonizzò sui canti celesti delle schiere angeliche).
“Avevo proprio voglia”.
“Hai fatto bene a interpretare il mio gesto di stizza”.
“Quando fai così…”
(Si baciarono, si rivestirono, si baciarono e si salutarono. Fuori, anche i camionisti si salutavano lanciandosi baci da un TIR all’altro. E anche giù nel bianco freddo antartico due pinguini alla deriva si baciavano tenendosi stretti.
Piiiccciiù piccciiiù picciiiù.
(Ma non tutti erano così pieni di amore verso il prossimo. Infatti, nascosto dietro un bidone della mondezza, un gatto nero si leccava le ferite meditando vendetta contro ignoti).
Slap slap slap. Miao. Miao. Minchiamiao che malecazzomiao. Miao…
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 18:20
mercoledì, novembre 24, 2004
ArgoMentz:


Mi trovo in una palude sentimentale di merda. E fa freddo.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 10:19
mercoledì, novembre 24, 2004
ArgoMentz:




Era da molto che non mi concedevo una serata di lirica. Ieri sera mi sono dato alla sofferenza romantica (un po’ tragicomica nella messa in scena) con il Werther di Jules Massenet. Regia di S. Sinigaglia. Non male, non male, i brividi mi sono arrivati. A parte il buon Werther che dopo essersi sparato in testa e dopo una lunga agonia, esce di corsa. (Nota: tra gli interpreti c’era anche B., la mia ex con cui ho convissuto i bei tempi tumultuosi della mia nascita pittorica. Brava, ma quando ti daranno la parte di una giovane samurai errante?).

Torniamo ai Dolori del Giovane Werther. Lo lessi per la prima volta 11 anni fa. Allora ero innamorato di Marta. Il mio primo Grande Amore, platonico, ma con bucolici affondi carnali. Prima di conoscere Marta ero un pezzo di pietra grezza. Fu lei (filosofa e mistica) che a colpi di scalpello mi incise le ali. E su al castello, mentre io mi perdevo nel suo corpo (Dio che corpo le avevi dato?), lei mi insegnava i greci. Finché un giorno arrivammo a Plotino, e lei iniziò a cedere. Ad Agostino non mi permise più di toccarla. A Tommaso sparì.
Mesi dopo riuscii a rintracciare sua madre.
“E’ entrata in convento”. Mi disse.
E’ da allora che mi dico, se un giorno incontro Dio, lo ammazzo. Giuro su Dio che l’ammazzo.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 10:09
lunedì, novembre 22, 2004
ArgoMentz:


E' incredibile come ogni volta che dipingo di gran lena finisce che m'intossico, ritrovandomi una carovana di cammelli per casa. E' vero che il latte è come un antiveleno? Proverò.


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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 15:21
sabato, novembre 20, 2004
ArgoMentz:


Ho voglia di un abbraccio, di quelli che fanno svanire la tensione allo stomaco.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 17:24
venerdì, novembre 19, 2004
ArgoMentz:


Ieri sera, prima di andare a letto ho capito tre cose.
1. Le mie opere sono storie delicatamente frammentate, dai contorni evanescenti, che il fruitore (dallo sguardo frizionante) completa a sua insaputa e a sua immagine e somiglianza.
2. Il mio quaderno in pelle, comprato al Camden Stock Market di Londra, di fattura tibetana, mi vuole bene. E io lo ricambio schizzandogli tra le pagine le mie idee, i miei progetti, le mie frastornanti sentenze. E’ bello avere un amico accogliente sul cuscino.
3. iI mio cuscino puzza di pelle di muflone tibetano.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 11:53
giovedì, novembre 18, 2004
ArgoMentz:


Le macchie negli occhi non si cancellano con il Vanish.
Aspetterò ancora un giorno, poi m’infilerò al pronto soccorso del Fatebenefratelli, facendomi strada con il mio shinai, il mio fedele bastone da Tai Chi.
“Un filamento nero mi si para davanti impedendomi di vederci chiaro”.
“Deve smetterla di infilarsi i gomitoli negli occhi”.
“Non era un gomitolo, era un maglione”.
“E se fosse la retina che si sta staccando?”
“Mi ci vedo a dipingere con un occhio solo, il sinistro, che poi è quello dove ci vedo di meno”.
“Non si scherza con gli occhi”.
“Neanche con le orecchie”.
“Le orecchie non sono lo specchio dell’anima”.
“Sta insinuando che ho l’anima sporca?”
“Sì, forse non doveva ammazzarla la sua Li’An”.
“Che ne sa lei”.
“Gli occhi sono il mio mestiere”.
“Il mio invece è ciò che gli occhi vedono, guardano, immagino”.
“Buon per lei”.
“Anche per lei”.
“Venga avanti tocca a lei”.
La dottoressa mi accompagna in una stanza, mi fa sedere davanti a un macchinario di cui non so il nome e che quindi chiamo provvisoriamente Astrolabio Oftalmico. Una pinza robotica mi tiene le palpebre aperte. Una umettatrice meccanica mi bagna costantemente l’occhio.
“Ma quanti epiteli sparsi sulla cornea che ha..,”
“Le bastano per far colazione?”
“Stia zitto e fermo per favore, adesso le sparo con il laser… engage!”.
Vedo una lucina, poi più nulla.
Si sta bene nel buio. E’ accogliente. Mi percepisco fluttuante, delicato, immenso. Sembra quasi di essere a casa, in quella giusta. Quella mia, che ho arredato io, e c’è mia Li’An laggiù, lo so, non la vedo, ma sono sicuro che è sua quell’ombra dietro la porta.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 10:51
mercoledì, novembre 17, 2004
ArgoMentz:



E poi c’è lei, la ragazza straniera.
Non sapevo esistesse, ma un giorno il fornaio inventò le brioche alla pera e cioccolato. E adesso, tutte le volte che esco a far colazione con la voglia di quelle brioche, me la ritrovo seduta sulle scale.
Quando mi vede il suo sguardo declina verso il basso, mentre il mio risale lungo le sue parigine, si sofferma dove le ginocchia si toccano, per poi proseguire con un balzo oltre la gonna nera, fino a perdersi nelle insenature delle sue clavicole. Non è mai successo altro, finché stamattina, qualcosa…
“Perché sai la causa della mia presenza qui e non fai mai niente?” I suoi occhi si soffermano tenui sui miei.
“Devo ancora capire qual è il prezzo”.
“Prova a guardare il cartellino, magari lo trovi”.
Mi abbasso su di lei, le scosto il colletto della camicia, le giro intorno al collo con la mano, finché lo recupero.
“Ne devo vendere di quadri per permettermi una come te”. Le strappo il cartellino di dosso “Questo lo tengo come promemoria”.
In realtà sul cartellino non c’è nessun prezzo, ma una mappa che indica esattamente il luogo dove qualche giorno fa ho sepolto la mia Li’An.
Oggi le brioche alla pera e cioccolato sono un po’ meno dolci del solito. So che c’è qualcuno, che sente ancora l'essenza della mia Li'An. E che scaverà con le mani per tirarla fuori dalla fossa in cui l'ho gettata. Che le prenderà tra le mani i pedi, per pulirli e lavarli con cura dalla terra e baciandoli, tornerà a farla vivere come non sono stato in grado di farlo io.

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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 13:11
lunedì, novembre 15, 2004
ArgoMentz:


Questo è accaduto ieri sera.

La mia Li’An crede che io stia dormendo. Si alza dal letto, va in cucina. Dopo un po’ la sento bisbigliare. Probabilmente sta al telefono.

“Non sopporterà di essere lasciato… Ti dico che non è il momento… Lo so. Anch’io vorrei stare con te… No, questo week end lo passo con lui. No ti dico… Smettila! Ci sentiamo domani… ti voglio bene”.

La mia Li’An rientra in camera e si infila sotto le coperte. Con una mano mi accarezza la spalla, poi mi bacia delicatamente sulla guancia.

“Dove?” dico io, con voce ferma, atona.

“Dove cosa amore?”

“Dove lo passiamo questo week end?”

“Non so, vediamo. Potremmo fare un giro fuori porta”.

Mi giro, l’abbraccio e le bacio. Lei è un po’ restia ma sentendo la mia lingua insistere, si lascia andare.

C’è un uomo nella foresta. Trascina un sacco nero. C’è un faggio nella foresta. Sotto c’è un uomo che svuota un sacco nero in una buca. C’è un letto in una casa della grande città. E’ vuoto e freddo. C’è un uomo da qualche parte che aspetta una telefonata. C’è la mia Li’An, che ha la terra fredda fra le dita dei piedi e nessuno glieli bacerà più.

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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 10:11
venerdì, novembre 12, 2004
ArgoMentz:


Che bello ho ancora la febbre. Potete coccolarmi. Uh! Che bello i pretoriani oggi hanno il pennacchio blu. Ho la febbre che bello ma che male la testuggine. Cibalginerò. Oggi indosso un maglione US.Army verde e c'è n martello vicino al mio computer. Volete favorire una fetta biscottata con la martellata? uh! La febbre che bello. blub!

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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 09:40
mercoledì, novembre 10, 2004
ArgoMentz:


La finestra è aperta e il freddo bagna il letto, rendendolo inospitale. Il suo corpo è nudo, disteso e tremante, bagnato di sperma sulle cosce. Il suo cazzo è ormai un mollusco inerme.
Tre ore prima non era così.
C’era un dolce caldo tepore nella stanza. Lui era ancora vestito e Lei non c’era ancora. Il tè verde fumava nella tazza. Quella con il pellicano della Guinness, per intenderci. Le sue dita stavano trasformando un pezzo di carta in un origami dalle forme esotiche, quando bussarono alla porta.
Chissà perché certe donne si fermano sulla soglia più del dovuto, come se avessero paura di entrare, forse sanno che una volta dentro non usciranno più da quella porta come sono entrate.
Lei esita molto più del dovuto. Molto più di tutte le altre. Lei è fragile e sa che lui potrebbe spezzarla con uno sguardo.
La mano di lui le afferra il polso. La trascina dentro, la porta in bagno, la fa sedere sulla tazza del water, le toglie le scarpe e immerge i suoi piedi nel bidet e glieli lava. Non è un igienista, ma non sopporta che il corpo di lei possa aver toccato qualcosa che viene da fuori. Turpe sue… lasciamolo fare perché poi tocca alle mani e al viso. E infine la prende in braccio e la porta di là.
Nel letto. La spoglia piano. Ripiega con cura i suoi vestiti sul canterano spagnolo. E poi fa lo stesso con i suoi vestiti. Una volta nuda la gira con il culo per aria e la guarda finché lei non si imbarazza. Finché lei non sente che quello che sta vivendo è diventato la prima volta di una ragazza curiosa, ma pudica.
Le mani di lui le afferrano le caviglie e le allargano le gambe. Poi scorrono su, come fossero veli di seta, ma i suoi pollici premo sull’interno coscia, ed entrano un po’, tanto da bagnarsi appena nella sua figa. Quando si appoggiano sul culo lei sente il peso del corpo di lui che sta scendendo su di lei. Sente l’aura di calore incombere sulla sua schiena. Sente la pelle di lui planare piano. Calore, pelle, calore. E’ un’onda che si distende fino ad arrivarle al collo. Le onde hanno un apice di parole, se le pronunci vicino all’orecchio sinistro, sembreranno una profusione.
“D’ora in avanti opponimi resistenza”.
C’è una corda di cuoio, di quelle che si usano per le briglie dei cavalli. E c’è un gancio sul soffitto. Nonostante lei si dimeni si ritrova legata con le mani dietro la schiena e tirata su con uno strattone. Penzolante, ma con i piedi che toccano sulle punte le lenzuola del letto.
E’ quasi inverno, fuori fa freddo. Lui apre tutte le finestre di casa, l’aria inizia a circolare, il corpo di lei trema. Lui è la sua unica speranza di calore.
Lui si avvicina e appoggia le sue labbra su quelle di lei. Sono calde. Come la lingua che s’insinua, come le mani che si appoggiano sui fianchi, come la pancia e il petto che la cinge tutta. Scotta. Lui scotta. Lei si scotta di lui.
Quando la lingua si stacca dal bacio e scende giù lungo tutto il suo corpo, lei pensa ecco, adesso la sua bava mi fa caldo, poi tornerà il freddo. Morirò.
Monte di Venere. Peli curati ma ispidi. La lingua di lui ci gioca, i denti di lui affondano un morso e poi giù. La sua figa è aperta, bagnata, grondante.
Lui è in ginocchio davanti a lei. Adesso iniziano le orazioni sul clito. Un movimento di lingua, bocca e respiro, andante lento, veloce quando lei geme, piano quando lei geme troppo. E’ un andirivieni, finché lei viene. Il suo corpo si contorce, per liberarsi di quella lingua bocca labbra ormai troppo invadenti.
Lui si stacca, lei si placa, lui la tenta con altri affondi finché le braccia non le iniziano a far male.
Lui si distende sul letto, il suo cazzo è duro, la cappella rossa e tesa. Con una mano controlla la corda dove lei è legata. Lentamente la smolla, lei cala su di lui. Con l’altra mano indirizza il corpo di lei, finché il suo cazzo non batte contro le labbra della di lei figa.
“Cosa aspetti a infilarlo?” dice lei.
Ora, lui soffre, perché vorrebbe entrare. Il sangue è un veicolo di desiderio e pulsa nel suo cazzo tanto da fargli male.
“Sarai tu a infilarti”.
La corda si smolla di colpo e il suo cazzo si infila nella sua figa. Scivola. Dio come scivola. Dentro e fuori scivola. Scivola. Scivola. Scivola troppo.
“Sei troppo bagnata”.
Uno strattone alla corda e il suo cazzo si sfila.
Con la mano lo asciuga. Smolla la corda e ancora s’infila. Una leva sul muro lui tira e….
Ahahahahaha. Scusate mi viene da ridere perché adesso, per un complicato sistema di argani e contrappesi (che solo nella nostra mente funzioneranno), i due si muovono come due pistoni tum tu tum tu tum… finché vengono e nel venire si sprigiona tanta di quella energia che lei viene espulsa dalla finestra e finisce sulla caserma dei carabinieri di fronte. E da qui riprende la scena iniziale di lui tramante su letto.
Ecco.
Morale: scrivendo questo racconto ho capito che è più faticoso scriverlo che farlo e che preferisco farlo perché a scriverlo mi viene da ridere, con tutti quei lui e lei e su e giù e cazzi e fighe e menate varie.
Ecco.

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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 12:44
lunedì, novembre 08, 2004
ArgoMentz:


Ieri ho fotografato un ragno, era grosso e barocco. Se ne stava tranquillo sulla sua ragnatela ad aspettare il suo pasto quotidiano. E ho capito che la pazienza di quel ragno vincerà la frenesia del mondo.
Da quando non mi lamento più, le cose mi vanno meglio. Il tempo ha più spessore. I pennelli hanno più vita e la gente intorno sembra più rispettosa. Oggi pulirò un po' casa, giusto il necessario, e poi dipingerò o porterò avanti il mio progetto. Oggi mi prederò cura della mia ragna-tela.
Buona giornata.



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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 09:49
domenica, novembre 07, 2004
ArgoMentz:


E' ora di precipitare fuori.
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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 09:39
venerdì, novembre 05, 2004
ArgoMentz:


Londra è un labirinto. Il filo di Arianna è una gran risata. E io ho conosciuto il mio Minotauro. E ho capito.
Ed ecco alcune cose che ho capito.
1 - Non sono un artista ma un Fabbricante di Porte. Le mie Porte sono degli Specchi che riflettono quello che chi guarda non vede.
2 - Le mie Porte conducono nel Sottosuolo del Mondo.
3 - Il Mondo è fatto di Carne e di Mente. La Carne è pura, la Mente mente perché le piace.
4 - Ho capito che tutto ciò che fa male e fa star male è Mente.
5 - Le costruzioni delle Mente sono ridicole, esileranti, spassose. La Mente la fotti prendendola in giro. Se la prende sul serio fai il suo gioco.
6 - Dopodiché ho capito che da grande voglio fare il Comico.
7 - Hegel non mi fa più paura.
Insomma, voglio ridere per sempre. Perché il Mondo è un Labirinto e il Minotauro ama danzare.
Dio, come sto bene.
Dimenticavo: Che la Felicità sia vedere le lucine con le lucciole intorno?










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Stralunato da CavaliereInesistente alle ore 13:42
martedì, novembre 02, 2004
ArgoMentz: