
Sono un generale di ritorno dalle campagne napoleoniche. Ripercorro i luoghi della mia infanzia. C'è ancora il capanno e il vecchio pero nodoso su cui mi arrampicavo. C'è anche il melo, con le sue grosse mele. Alcune sono come appassite, vuote, altre belle verdi e succose. Raccolgo una delle mele e la mordo. Dal capanno escono tre bambini che mi guardano curiosi, immobili. La madre esce dal capanno spaventata e li riporta dentro. Scorgo le pietre dove da piccolo catturai una vipera. Con un bastone sollevo una delle pietre. La vipera è ancora là. Sorrido soddisfatto. Proseguo il mio cammino lungo un sentiero che si inoltra nel bosco. Ho la sensazione che qualcuno mi stia seguendo. Mi giro e vedo un uomo impiccato ad un albero...
La dimensione di un livido tende ad aumentare se la forza di gravità spinge il sangue verso il basso.
Di lui non si poteva certo dire che amasse le donne. Le considerava per lo più dei buchi in cui infilarsi nelle giornate umide d’inverno. Per scaldarsi, mica per altro.
Eccolo, non ancora finito, in anteprima. La tela che avevo promesso tempo fa, nata da una frase che scrissi nel blog. Era il 21 Giugno.
Tempio della letteratura. Mi metto di fronte al monaco, gli faccio un inchino, lui ricambia. Alzo la macchina fotografica, lui alza gli occhi. Metto a fuoco, lui mi fissa.
Non posso farmi un'idea di come stanno andando le cose nel mondo senza tener conto di che bestia sono. Stasera ti amo mondo bastardo dal profondo del mio nichilismo.
E ascoltando The Roof is on Fire dei bloodhound infilo un'altra bomba estetica in canna. Vai bella, fottine ancora, che non c'è mai abbastanza carne sul fuoco di questa apocalisse.
A volte anche il Cosmo perde la memoria ed è costretto a basarsi su un unico grande impulso per poter tirare fino a sera.
Ed è così che stamattina mi sono svegliato con una gran voglia di scopare. Una voglia ben materializzata, dura, granitica, greve, condizionata da una miriade di sogni notturni: in cui studentesse vietnamite venivano interrogate dai loro professori, perdendo ad ogni errore un bottone della loro camicia bianca. Era tutto un pullulare di giovani lattee tettine e capezzoli rosa.
Il problema di essere svegli, in ufficio, con una erezione che non vuole andarsene, non è tanto il nasconderla (ci pensano i pantaloni di lino piuttosto ampi), ma il non poterci fare nulla di creativo.
Valuto mentalmente, contabilmente, varie possibilità d’impiego di questa esuberanza.
Trascorrono i minuti. Nessuna soluzione si presenta nelle immediate vicinanze.
Ok. Vado in bagno mi faccio una sega. Per un po’ funziona. S’aquieta. Ma ecco che dopo un po’ ritorna in auge, pulsante, rabdomante di figa, di succhi, di carne, di pelle, di sguardi, di baci, di morsi, di graffi. Fa quasi male e non so dove andare sbattere il cazzo. Non lo so proprio. Anche se… bene. La chiamo. Vediamo se fa ancora la troia o se ha messo su famiglia.