
Chissà perché mi devo intossicare così. Devo smetterla di succhiare i pennelli dopo l'uso.
Quindi oggi me ne sto a casa e mi curo.
Cucina. Vivido sangue sul tagliere di legno. Un coltellino semi aperto. Frugoli d’insalata riccia, solleticano uno spicchio di pomodoro rosso e sugoso. Odore aspro di bucce d’arancia, sezionate maniacalmente in piccoli quadrati e perfettamente disposte una sull'altra, come si ammucchiano i ricordi che sanno di morte e non si lavano via. Schiena nuda contro il frigo. Fronte sudata e caldo che ci nuoti, ma fa freddo. Fa sempre freddo in una casa dove è da poco morto qualcuno. Se è la moglie di Clement ad essere morta fa ancora più freddo. Il suo volto appare ancora, quando lui se ne sta lì in trance, lasciando che il fantasma inafferrabile della sua bellezza sovrasti il ronzio del frigo, laceri le pergamene stampate con i sogni degli elefanti bianchi, strisci sinuoso sui colori monocromatici di una scacchiera di metallo, la regina nera è riversa, ma profuma ancora del bagnoschiuma con cui si stava lavando, sotto l’acqua fredda della doccia, quando il tubo flessibile apparve trasformato in un boa che la stritolò. «Se non avesse preso quelle pillole…» Fastidio sulla pelle, sotto l’avambraccio destro. Ci soffia. Si guarda intorno perplesso.
Clement lo sa, ha capito cos’è quell’improvviso disarmante che lascia attoniti quando la morte te lo infila nel culetto, e grida tutti insieme i ricordi della vita che non hai mai vissuto. Rimasti inespressi e negati all’esistenza. Solamente immagini senza punteggiatura.
«…i boa stritolano… ma perché uccidersi? Privarmi delle mie penetrazioni mattutine e delle tue conseguenti incazzature… Ti ricordi le prime volte che andavamo alle feste? Tu ti spogliavi senza preavviso davanti agli ospiti e pretendevi che ti annusassero ma senza toccarti… Eri una bellezza dissonante.»