
Il locale dà l’effetto di scendere in profondità, dissolvendosi nel deperimento strutturale. Un canto asiatico ritmato da tamburi afoni si dilata in un impatto sensoriale raffinato, simile ad una carezza sulla nuca. Simile. Chiazze di colore, dai toni scuri con riflessi brillanti, si spezzano e si spogliano, rivelando o nascondendo volti nottambuli, alcuni ostinati, altri che non sanno di essere là. Non c’è niente di stabile nel mare mosso e fumoso di vertebre sguarnite in cui si nasconde il corpo ondeggiante di Li’An, là in fondo, parzialmente coperto da un vetro liquido che sembra accennare all’impalpabilità. Dago invece sta appoggiato al naso sporgente di un leone babilonese dalle ali tirate all’indietro e impomatate con una sostanza purpurea. Dago. Si accarezza il palmo della mano da più di un’ora, calato giù, a costruire fantasie lucide con quel corpo. E gli sibilano le orecchie. Le linee convulse di un disegno dal tratto sottile, avvolgenti nei loro colori morbidi, spezzano il blu oltre il muro, mentre il gomito di Dago si bagna di vodka secca, appoggiandosi alla spina dorsale del serpente di legno intarsiato che fa da bancone del bar. Ma non fa freddo. E’ il momento di bere qualcosa. Ordina un White Lady e quando il barman gli porge il bicchiere, un’onda affusolata e trascinante eccita le sue mani. Vorrebbe toccarla subito, per insegnarle il Dioniso danzante dei suoi polpastrelli, ma lei, Li’An, non lo conosce ancora… Chi? Pensa lui, senza definire il pensiero. Una creatura dal naso affilato, della razza Gente Silenziosa, attraversa come fumo la stanza per sedersi accanto a lui. «Ho visto come la osservi…» «Chi?» «Lei.» Indicando in direzione del vetro.
Li’An là in fondo. «La conosci?» «No. Ma dovresti… insistere.» Le bottiglie le persone le scarpe accese di rosso, tutto rallenta facendosi cogliere nella più intima vibrazione. Dago non capisce, non la può capire, lei, Li’An che non conosce ancora e che è là in fondo, da qualche parte, che interferisce ignara con i pensieri di qualcuno… Qualcuno, un uomo. In trench blu iridescente, schizzato di magenta, graffi di vernice argentata, seduto in uno dei tavoli centrali, in compagnia di un bicchiere e il dito medio immerso nell’inverno polare di tre cubetti di ghiaccio. Lui è Clement. E l’altro, seduto accanto è Wolfgang Amadé Mozart, con la sua caratteristica parrucca bianca arruffata, intento suonare il bicchiere dello champagne. «Tu vuoi il seno perfetto di Madame de Pompadour e in effetti la cura migliore per guarire da una ossessione è crearsene un’altra.» Suggerisce Amadé, ma Clement non risponde perché il suo sguardo tende oltre il vetro, il suo occhio striscia già sulla pelle della schiena di Li’An, sbavandola con una lacrima di rimpianto, o forse è qualcosa d’altro, ma con un coefficiente di penetrazione tendente all’Assoluto. Nel locale c’è già la neve, bianca di pelle, mentre Dago sperimenta il piacevole abbandono all’autoironia sistemandosi i capelli allo specchio, senza farsi vedere. Non ci sono posti a sedere, non importa, preferisce stare in piedi, anche se gli sibila ancora l’orecchio. Del White Lady è rimasta una chiazza perlacea nel ventre del bicchiere. E’ ora di staccarsi dal bancone e lanciarsi nella direzione di lei, Li’An che… un’ombra e fastidio, sotto le sue unghie. Dove sei? I suoi occhi la cercano dentro le certezze delle scollature, nelle forme meno stabili dei seni delle altre. Ma lei non si trova. «E’ in bagno.» Gli sussurra un ragazzo di colore stringendo le labbra su un origami di carta di riso. «Posso fare altro per te?» «Chi è?» Prova a chiedere Dago, ma il ragazzo imbeve l’origami nel Porto rosso e se lo mangia. Dal bagno delle donne esce un profumo di cloro aromatizzato con tea verde e cedro e quindi Dago non può che attendere nell’antibagno. La musica si dirada, e la pelle bianca e Dioniso e Venere sotto i seni, si combinano e si riconoscono e pelle bianca e Dioniso e Venere sotto i seni si tolgono la maschera. Sfregio di naso e labbra metalliche Poi gli zigomi, poi le ciglia gli occhi le pupille… Lei, Li’An, gli fa «Bum!» a lui non resta che un «Bam!» Lei gli tocca le labbra con l’argento dell’anello, meticolosa e fenicottera. La sua lingua sa di succo di metallo e acido limone… Così Dago incontra Li’An.
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Smettila di guardarti la Luna.
C’è un luogo in cui si può esiste per l’eternità, sta tra la vita e la morte, è il punto di mezzo, dove non c’è respiro, ma gli occhi riescono ancora a distinguere la luce dal buio. Non c’è identità, ma solo la luce incerta di una pulsione: rimanere immobili in quello stato di non-vita, di non-morte. E come tutti gli stati di esistenza per essere mantenuto, va nutrito.
Le tremano le gambe. Le sue palpebre tentano di nasconderle la luce pomeridiana. Vorresti sprofondare sottoterra, lo so. Ma io non te lo permetterò. Le succhio ancora una volta la ferita sul collo, il suo sangue è denso, caldo ferroso, mi riempie la bocca colando un po’ fuori. Se ne sta immobile, ma non rigida anche se potrebbe diventare un cadavere. Si lascia fare. Il giorno dopo è ancora stesa sul letto, con il cuore che vacilla tra il piacere e il tormento. Quanto tempo potrò tenerti ancora per me? Devo chiamare in ufficio, avvisarli che oggi non vado al lavoro. Mi fingerò malato, oppure gli dico che ho gli idraulici in casa… Meglio malato, perché se poi non mi va di andare, posso prolungare la malattia. Gli idraulici non si prolungano. Mentre telefono la guardo, lei piagnucola. Strizza un po’ gli occhi. Vorrei lasciarla andare, non costringerla alla mia stessa esistenza, ma ho bisogno di una compagna. Resisti ancora poche ore e poi assaporerai l’angoscia dell’immortalità.
Forse lo hai già intuito, o forse fingi di non volerla sentire, all’inizio è sempre così, ma poi è inevitabile chiederselo: di chi è questa voce che vive nella clausura delle tue viscere? Dato che il germe della mia entità pulsa ancora flebile nei meandri della tua oscurità, mi sembra prematuro svelarti qualsiasi mia identità futura.
Non chiederti nulla, per ora sarò solo l’incarnato opalescente di una voce. Man mano che mi farò più nitido e avvolgente ti rivelerò gli intrecci tra la mia e la tua memoria. Ti sei mai chiesta se gli angeli portano il cappello?