
Devo scrivere un testo su un'auto, ma nel cervello ho solo parole per descrivere la notte di Valpurga. Con il lavoro che faccio devo saper scrivere anche quando le parole tirano da tutt'altra parte. Oggi non riesco ad uscire dai cumulonembi. Je vais quérir un grand peut-etre.
Appartato nel fondo del mio cervelletto psicopompico, mi alterno tra sonno e veglia e tra sveglia e lavabo. Non trovo l'arbrivio all'esistenza. Sarà perché oggi i dendriti non connettono o perché le sinottiche dei tavoli non combaciano con. E poi non vedo via d'uscita dalla melanconica presenza di un pomello argentato sulle pellicola che scorre nel cinematografo della testa. Lugubre speranza che i condotti fognari delle orecchie si sturino. Mi par di sentir qualcosa provvenire da là fuori. Is there anybody out there?
Le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle sur l’esprit. E nonostante questo continuo a volare.
Il principe
Dopo aver ricavato una nicchia dentro il cuore di Li’An, Il Principe Karl von Hausenbach vi si murò vivo, rannicchiandosi nel fondo. Nessuno sa se sia ancora vivo. Li’An dice che qualche volta lo intravede nei suoi sogni, ne sente il lamento. Ma di rado. Un giorno durante un orgasmo lui emerse gridando un misto di angoscia e disperazione e Li’An pianse cadendo sul corpo di quello sconosciuto che si scopava la domenica pomeriggio da quando Karl von Hausenbach si era murato in lei. Ma questa era una favola che mi raccontavo io per spiegare a me stesso come mai Li’An mi evitasse dopo l’orario d’ufficio. Una argomentazione del tutto infondata e priva di conseguenza logica. Io però ci credevo.
Fai scorrere un polpastrello nell’insenatura tra il medio e l’indice finché non ti troverai nella stanza di un albergo, in compagnia di due valigie nere. Seduta sul materasso spoglio, il lenzuolo è caduto dall’altra parte, ti guardi intorno con gli occhi semiaperti. Da qui in poi ti chiamerai Sophie. I tuoi vestiti sono ben piegati sul canterano spagnolo. La tua biancheria intima è appallottolata sopra una camicia da smoking. Quindi, hai freddo, perché sei nuda e il riscaldamento non sembra funzionare. C’è un’atmosfera noir nella stanza. Eppure non è così buio. Hai solo voglia di andartene. Ma non puoi, perché se presti attenzione ai rumori che provengono dal bagno ti ricordi che non sei sola, c’è qualcuno di là, si sta lavando le mani. Ti prude la guancia, ma non è un prurito concentrato in un punto, è di quelli sparsi, come se avessi appena ricevuto uno schiaffo. Ti sporgi leggermente in avanti in modo da entrare nel campo di riflessione dello specchio sopra il canterano. Ti accorgi di avere la guancia leggermente più imporporata dell’altra. Senti il suono intestinale delle ultime gocce d’acqua che si ritirano nei tubi. La porta del bagno si apre. Augen ha lo sguardo ancora alterato. Ogni volta che lo vedi ti sembra sempre più magro. Eppure gli schiaffi te li sa dare. E tu dovresti saperlo che se gli racconti del tuo passato, di tutti quelli che sono scivolati dentro di te, lui non si trattiene. E sciiaff. «Mi hai fatto male». «Anche tu». Vorresti prendere la tua roba, infilarla velocemente nelle valigie nere e andartene, ma è più facile far scorrere un altro polpastrello, questa volta dietro la nuca, finché non ti ritroverai seduta sul divano di casa tua. Il telecomando della tivù ti oscilla in mano. Con l’altra sorseggi un po’ di succo di carota. E quando riponi il bicchiere sul tavolino di vetro lasci cadere il telecomando non curante che si possa rompere. Ti è sempre piaciuto il rumore della plastica che si rompe sul pavimento di casa tua. Non hai mai sopportato il silenzio e allora baciati il polso. Apri ancora di più le fauci e morditi fino all’osso per tutto il tempo necessario a rievocare la voce di Augen che ti narra una leggenda. «La dea Luna vide un bimbo morto avvolto da un serpente. Ucciso il serpente liberò il bimbo. Gli tolse gli occhi spenti dalla morte e li sostituì con due bacche di guaranà che maturarono in frutti simili agli occhi umani. Gua-ra-nà, nella lingua dei Maué significa “occhi che vivono” Ne vuoi un goccio?». Ti manca. Il primo impulso è quello di chiamarlo sul telefonino. Blocca l’impulso. Pensaci bene. Lo sai che non vuole essere disturbato sul lavoro. E comunque lo troveresti spento e un altro smacco per il tuo stomaco. Chiudi l’album dei reumatismi al cervello, tuffati nella scatola di latta dei Butter Cookies danesi. Se non ce l’hai in casa peggio per te, non ti resta che strofinare un altro polpastrello.
Ho pubblicato la mia ultima fatica, guardate nei link qui accanto, sotto: mia Opera: il Senso di Prima. Oppure: www.exibart.com/profilo/imgpost/6286blk1-2-502-0(38027633)-ori.jpg
Buona visione perché io per oggi ne ho abbastanza.
BAING HOGG
(racconto).
«Non voglio saperlo. Non dirmelo. Ho già abbastanza problemi ereditati da quell’altra stronza da smaltire, senza che tu me ne procuri degli altri. Per cui stai lì buona e non rompere il cazzo.» Potevano essere le 2.30 di notte quando la porta se ne sbatté degli infissi e sbottò in uno SBAM! bello secco. Bain Hogg le sapeva sbattere (le porte?) e le sue donne lo sapevano che lo faceva solo per preservare la sua coglionaggine maschile. Era un tipo tranquillo, di quelli che trovi al Luda Bloody, con due amici a discorrere di lavoro e sciamanesimo, ma quando frequentava più di una donna alla volta gli si ingrossavano i lobi delle orecchie. Lui diceva di essere mestruopatico, per me era solo un po’ insoddisfatto perché le donne lo distoglievano dai suoi progetti. Quando lo trovavo concentrato sui suoi fogli sembrava che fosse di marmo, ma appena squillava il telefono e una delle sue troiette lo risportava al mondo sensibile lui mi afferrava e mi guardava con il sorriso di chi la sa lunga sulle abitudini sessuali dell’ornitorinco e diceva: «La figa è la figa.» Era capace di farsi anche 8 ore di macchina per farsi un paio d’ore di sesso tantrico. Rientrava la mattina in ufficio, puntuale come un ciclo mestruale, ancora mezzo drogato e profumatamente bevuto. Poi sì che rendeva. Era capace di farsi il lavoro di una settimana in 4 ore. Il resto del tempo lo passava al Luda Bloody. «Che cazzo di nome per un pub.» Diceva ogni volta che entrava rivolgendosi al barman. «Ragazzi sono nella merda.» E lo si vedeva perché quando si sedette gli schioccarono le ginocchia e i suoi lobi erano più gonfi che mai. I suoi amici si guardarono sghignazzando. Anche le scimmie del borneo hanno un’anima. Ma nessuno lo sa, a parte me e te. «Non c’è niente da ridere. La mia Ex, mi sta facendo terra di Siena bruciata tutt’intorno. Non so come abbia fatto, ma si è procurata i numeri di Mara, Diara, Khiara e l’altra… come si chiama, la la l’architetta!» «Shara?» Venne in aiuto Kelv. «Sì, la piagnona.» Tremava. «Le ha chiamate tutte e ha detto loro non la cosa più banale e risaputa di me che poteva dire, che sono stronzo e bastardo, no! No! Va a dire che…» Intanto piegava e ripiegava il tovagliolo con metodo, riversando il tremore nell’origami che si andava componendo. «Cosa è andata a dire?» chiese Kelv ghignando a Mark. «Niente… Cazzi miei.» «Adesso ce lo dici!» «Ci sta già pensando lei a rovinarmi, se mi metto a fare l’autolesionista…» «Sei un bastardo Bain Hogg.» «Certo che lo sono! Ci mancherebbe.» Si tolse dalle scarpe una pallina di fango raggrummata intorno ad un pelo. «Comunque sia sono a zero. Refresh totale. Le troiette mi hanno scoperto.» Poi mi guardò, quasi schifato. Ebbene sì, sono un coglione, avrei voluto dirgli. Quella notte Bain Hogg chiuse occhio con facilità non appena realizzò che non era colpa sua. La Consapevolezza Cosmica di fondo non è altro che la vibrazione della vita che si dilata nello spazio-tempo da ché fu il Big Bang e l’orgasmo un punto di connessione per entrarci. Questo lo dico io che me ne intendo più di Bain Hogg di cos’è la figa. Perché sono io lo Sciamano, il Pene Mistico, il Rabdomante Mantrico che danza nelle grotte umide del sottosuolo femminile. Sono io che gli faccio i reportage da là dentro. Sono io il coglione che lo ha trascinato anni luce da te stesso. E lui non sa nulla. Non si può opporre alla compulsione del mio bisogno di danzare. Solo io so riconoscere la grotta che cerco. Quella mattina Bain Hogg non aprì occhio. Il medico diagnosticò un infarto. Io sono stato trapiantato in una donna Cubana e me la spasso ancora bene. «Big Bang piccole troiette.»